La fotografia d’arte e il rapporto con la scultura

Riproduzione o fotografia

La differenza tra riproduzione e fotografia d’arte può non essere immediatamente identificabile.

Salgado, in una scena dello splendido documentario firmato da Wim Wenders “Il Sale della Terra”, alle prese con il fotografare un orso polare lamenta una povertà di elementi paesaggistici che in quel momento lo avrebbe portato ad avere “una riproduzione dell’animale, non una sua fotografia”. Non ci sono elementi in quel frangente che gli rendano possibile raccontare il soggetto oltre al soggetto stesso. In questa visione si trova la differenza fondamentale tra una fotografia funzionale – una riproduzione – e un’opera d’arte. L’artista, per essere tale, deve prendere la materia e riplasmarla attraverso il suo punto di vista.

Lo scultore modella la materia, la riduce, la contorce, la fonde. Prende qualcosa che già esisteva e ne crea qualcosa di nuovo, di personale. Qualcosa che solo lui è riuscito a vedere.

Allora come confrontarsi con un’opera simile, quando a nostra volta dobbiamo reinterpretarla, in qualche misura rubare parte della sua bellezza e farla nostra? Quanto possiamo spingerci per scattare un’ottima fotografia d’arte?

Nel mio lavoro di fotografo d’arte sono un tecnico, un professionista che conosce i suoi strumenti e la materia che andrà a fotografare. In quattordici anni che faccio questo mestiere sono venuto a contatto con innumerevoli opere, tra quadri e sculture, ognuna composta della sua materia, dalle sue pennellate. Ogni aspetto, ogni particolare da evidenziare è sia un alleato che un problema da risolvere. Ma il rapporto tra fotografo, fotocamera e opera non è una sterile questione tecnica. Importante è che in quel momento sono io, e non altri, a rapportarmi alla scultura. È ciò che colpisce il bagaglio culturale e la sensibilità del fotografo rispetto all’opera che ne cambia la visione e ne reputa la riuscita.

Ansel Adams diceva: “Non fai una fotografia solo con la fotocamera. Metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato”.

fotografia d'arte

Il punto di vista

Il mio scopo è riportare il senso dell’opera con una fotografia d’arte. Se l’artista è in vita e se ho modo di confrontarmi è più semplice svolgere un lavoro accurato, perché verosimilmente la visione che lo scultore ha della sua opera è quella più giusta, quella che l’ha portato a realizzarla.

A Kyoto, all’interno del Sanjūsangen-dō – il Tempio dei mille Buddha – c’è tra le altre la statua del dio del tuono. Quando un credente lo prega si deve inginocchiare e, da quella posizione, guardare dritto nei suoi occhi per sottomettere le proprie preghiere all’imponente dio e riceverne in cambio uno sguardo diretto. La sensazione di impotenza è tale che non sarebbe restituita da nessun altro punto di vista.

Il punto di ripresa è il primo degli elementi da tenere in considerazione: dove devo posizionare il mio occhio per vedere e ridurre in due dimensioni ciò che ha bisogno della tridimensionalità per essere espresso?

La differenza tra leggere un dipinto, pur con tutte le sue pennellate e la precisione del colore, e leggere una scultura sta proprio qui, nella tridimensionalità. Ciò che ha un volume non trova spazio nella fotografia ma dev’essere letto, plasmato e compresso in una sua forma bidimensionale. Una sorta di essenza dell’intenzione dell’artista.

I volumi

Come dicevamo la fotografia ha l’impossibilità di riprodurre gli oggetti nella loro reale dimensione, ma come spesso avviene da una limitazione si può trarre forza. Per restituire tridimensionalità alla scultura ci viene incontro la natura stessa della fotografia: le luci e le ombre che la disegnano. Queste, oltre al colore che qui non tratteremo, sono tra gli elementi cardine che compongono la dialettica fotografica. Il contrasto tra luci e ombre, tra chiari e scuri, tra neri e bianchi e il modo in cui questi elementi si combinano insieme danno forma ai volumi e ci restituiscono quel senso di profondità e tridimensionalità che altrimenti perderemmo. 

Nel concreto della fotografia d’arte

Di fronte ad una scultura quindi come ci dobbiamo porre per catturare una fotografia d’arte perfetta? 

Anzitutto dobbiamo studiarne la materia e le difficoltà che ne possono derivare. Prendiamo ad esempio una scultura che fotografai qualche anno fa e che presenta diverse criticità in fase di scatto: marmo bianco, verticale, astratta, molto levigata, lucida e dalle forme sinuose. 

Il primo passo nell’approcciarmi al soggetto fu cercare il punto di vista ottimale, per cui ci girai intorno fino a trovare un angolo di visione che ne prendesse la maggior parte delle forme, che la raccontasse in ogni sua sfaccettatura. Molto spesso osservare la base è un buon punto di partenza, perché per come è posizionata vi riduce la scelta a soli quattro punti di vista.

In teoria basta sceglierne uno, in pratica però non sempre è così semplice: la base può essere stata sostituita o montata non in presenza dell’artista; nel mio caso la scultura ruotava su un perno inserito nella base, quindi non aveva una posizione fissa.

Le superfici

A questo punto la scelta ricadde sul numero di superfici che si sviluppavano nel marmo, in questo caso ognuna con la propria particolare forma. Scelsi di mettere in primo piano quella più semplice, più liscia e in qualche modo rappresentativa della materia, con un accenno di venature che aiutavano ad apprezzare per contrasto il candore del marmo.

Le altre superfici si sarebbero solo affacciate alla scena, mostrandosi per le loro particolarità e aiutando così a formare la dimensione dell’opera.

I diversi piani che formavano l’opera erano così ben rappresentati, aiutandosi l’un l’altro a definire la profondità della stessa.

Le luci

Una volta deciso il punto da dove guardare la scultura, il come guardarla diventa fondamentale. Lavorando in una situazione tutelata e sotto controllo – uno studio fotografico, un museo o comunque un luogo chiuso – non dobbiamo preoccuparci del disturbo di una luce parassita esterna, ma possiamo concentrarci su come studiare le nostre luci artificiali per esaltare tutte le caratteristiche dell’opera.

Normalmente preferisco lavorare con una o due luci al massimo, rigorosamente continue. Una principale che determina le ombre e disegna i volumi, che dà la direzione al movimento che seguirà l’occhio per leggere l’immagine; una seconda – se presente – come luce di schiarita lì dove le ombre si dovessero fare troppo intense.

Una luce morbida e indiretta – ricavata dall’utilizzo di un softlight o, in mancanza di esso e di altri diffusori, indirizzata su una parete adiacente per smorzarla – aiuta a disegnare le forme con delicatezza, restituendo un senso di percezione tattile particolare, quasi soffice nonostante la natura della materia.

Non sempre questa è la scelta obbligata, naturalmente. In alcuni casi spostarsi su una luce diretta e dura può esasperare alcune componenti dell’opera, come texture più marcate e ruvide, per creare un’immagine maggiormente drammatica.

La scelta tra l’una o l’altra soluzione spetta alla nostra capacità di leggere ciò che il lavoro dell’artista ci richiede per essere espresso al meglio.

Un ulteriore elemento che ci può aiutare ad esaltare i volumi del soggetto è il controluce. Visto per lo più come spauracchio dal fotografo, capace di abbagliare la fotocamera e rovinare una ripresa, se usato con attenzione può regalare maggior profondità. Unitamente a una profondità di campo marcata disegna i bordi e stacca il soggetto dallo sfondo, per portarlo spazialmente più vicino a noi.

La materia

I riflessi se utilizzati con parsimonia e ingegno possono aiutare a definire ancora di più la materia, oltre che la forma del soggetto. Da un materiale di partenza ci si aspetta una particolare interazione con la luce e se questa venisse a mancare – se, per intenderci, avessi tolto completamente ogni riflesso sull’opera – non riusciremmo più a percepire le qualità della materia. Rischieremmo di confonderla probabilmente con un’altra o, peggio ancora, di banalizzarla. In questo caso specifico le linee disegnate dai riflessi fanno da eco alle superfici, esaltandole con maggiore forza.

Come si può vedere, gli elementi che concorrono per arrivare al risultato ottimale sono molteplici. Nei momenti che precedono lo scatto sono la nostra sensibilità, esperienza e capacità pratica che ci permettono di porre le basi di quella che sarà un’immagine di valore, per arrivare non alla riproduzione dell’opera d’arte ma alla sua fotografia.

Tutto si svolge prima dello scatto; chi sarà a premere il pulsante, in fondo, è ininfluente.

In una celebre intervista, Henri Cartier-Bresson ironicamente banalizzava il suo lavoro chiedendo al giornalista: “Tu sai fare questo movimento? – alzava e abbassava il dito indice simulando di premere un pulsante – Se lo sai fare, allora sai scattare una fotografia.”

Nell nuovo articolo Cosa sono gli NFT? Come rendere indimenticabili le tue foto grazie alla blockchain vi verrà spiegato come sarà possibile vendere le vostre fotografie grazie agli NFT, leggi di più.

4 Comments
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  1. Bellissimo articolo Riccardo!
    Un’analisi su come pensare prima di scattare che fa comprendere bene ciò che è veramente importante osservare e pensare prima di premere il nostro “grilletto fotografico” della nostra arma caricata con colpi numerati, come lo era una volta per l’analogico e non pensando: “scatto tanto ho infinita memoria nella card”.
    Cosa che penso dovrebbero fare tutti i fotografi per poter parlare di immagini di vera qualità, che descrivono nel profondo ciò che abbiamo avuto difronte comunicandoci un messaggio preciso.

    • Ciao Chiara, grazie mille!?
      Ho visto anche i tuoi articoli, molto interessanti. In questo periodo di quarantena ci vogliono proprio!

  2. Davvero interessante, fai anche corsi o tutorial su come gestire la fotografia d’arte?

    • Ciao Giuseppe, ti ringrazio!
      In questo momento faccio corsi di postproduzione per la fotografia e di grafica pubblicitaria presso un ente di formazione. I tutorial sicuramente arriveranno, non so se l’argomento principale sarà la fotografia d’arte o la postproduzione, dobbiamo ancora deciderlo. Una volta trovato il tempo di farli, li troverai sempre qui! ?

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